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Italia U17 campione d’Europa: Adani critica la cultura del calcio giovanile

La vittoria dell’Italia Under 17 riaccende il dibattito sul mancato sfondamento dei giovani talenti nel calcio dei grandi. Daniele Adani critica la cultura del sistema e la poca pazienza.
Italia U17 Campione d'Europa: il futuro dei talenti resta un'incognita Italia U17 Campione d'Europa: il futuro dei talenti resta un'incognita
La vittoria della Nazionale di Franceschini riapre il dibattito sul gap tra eccellenza giovanile e delusioni nel calcio dei grandi. Adani punta il dito sulla cultura del sistema

La Nazionale italiana Under 17 ha conquistato il titolo europeo di categoria, confermando una tradizione di successi che nel calcio giovanile azzurro sembra consolidata. Eppure, il trionfo guidato dal commissario tecnico Franceschini non ha spento le polemiche, anzi, le ha riaccese con rinnovata intensità. Perché l’Italia continua a sfornare campioni in erba, salvo poi vederli dissolversi nel momento del salto decisivo verso il grande calcio?

Il tema è tornato al centro del dibattito pubblico durante la telecronaca dell’amichevole tra Italia e Grecia, dove l’ex difensore Daniele Adani ha offerto una lettura netta e provocatoria del fenomeno, senza risparmiarsi.

Secondo Adani, il problema non risiede nella qualità dei giocatori, ma nelle resistenze che questi incontrano nel momento cruciale della loro maturazione calcistica. “Perché vinciamo nelle categorie giovanili, ma poi i giovani non si affermano? Perché questi ragazzi quando arrivano al passo finale, che poi è quello decisivo, trovano resistenze. Sia da chi il calcio lo gestisce, sia da chi cura la comunicazione, dai club e pure dagli appassionati di calcio. Per la cultura che c’è e per la poca pazienza nell’aspettarli, nel concedere loro di poter fare degli errori. Ci vuole cultura diffusa e anche coraggio in più”.

Una diagnosi che chiama in causa l’intero ecosistema del calcio italiano: dirigenti, media, club e tifosi. Nessuno escluso. La mancanza di pazienza verso gli errori dei giovani, unita a un sistema che tende a preferire la certezza dell’esperto alla scommessa sul talento acerbo, crea un cortocircuito che vanifica il lavoro svolto nelle accademie giovanili.

Adani aggiunge poi una precisazione che ridimensiona, almeno parzialmente, l’entusiasmo per il successo Under 17: non è la vittoria in sé il parametro più rilevante per valutare il futuro di una generazione. “La Spagna nel 2023 aveva Cubarsi e Yamal e non arrivò nemmeno in finale. Per questo dico che non è importante la vittoria quanto piuttosto i prossimi passi”.

L’esempio è emblematico. Pau Cubarsí e Lamine Yamal, oggi protagonisti indiscussi del calcio europeo ai massimi livelli, non riuscirono a trascinare la Spagna al titolo in quella competizione giovanile. Eppure sono diventati calciatori di riferimento per il Barcellona e per la Nazionale spagnola. Il percorso successivo al torneo, dunque, conta più del trofeo sollevato.

Il filo conduttore delle riflessioni di Adani è la cultura: quella che manca, quella che andrebbe costruita, quella che altrove sembra già radicata. Il calcio italiano ha storicamente mostrato una certa avversione al rischio quando si tratta di lanciare i giovani nella mischia delle grandi competizioni. I club tendono a privilegiare l’affidabilità e l’esperienza, le cessioni in prestito si moltiplicano senza una vera strategia di crescita, e il giocatore che sbaglia viene spesso archiviato anzitempo.

Il titolo europeo Under 17 è motivo di orgoglio, ma rischia di essere anche una trappola narrativa: celebrare il presente senza interrogarsi sul futuro significa perpetuare un ciclo che l’Italia conosce bene. Campioni nelle categorie inferiori, assenti quando conta davvero.

La domanda che Adani pone non è nuova, ma rimane senza risposta: quanto coraggio è disposto a mettere in campo il sistema calcio italiano per cambiare davvero?

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