Dark Mode Light Mode

La Serie D merita la prima pagina, non perdertela!

Aggiungi SerieD.it alle tue fonti preferite su Google: un tocco, e i nostri articoli sui nove gironi salgono in cima alle tue ricerche.

★ Aggiungi a Google

Serie D: il paradosso della valorizzazione dei giovani talenti

La Serie D fatica a lanciare i giovani talenti verso il professionismo. L’esperto di scouting Luca Tardivo analizza le cause: scarsa progettualità dei club e assenza di una rete scouting efficace.
Serie D: il paradosso della valorizzazione dei giovani talenti Serie D: il paradosso della valorizzazione dei giovani talenti

Nel panorama calcistico attuale, si discute frequentemente di percorsi di crescita, strategie di scouting e valorizzazione dei giovani atleti. Tuttavia, emerge un paradosso: la Serie D, storicamente vista come un trampolino di lancio per talenti emergenti, incontra oggi difficoltà nel promuovere i suoi protagonisti verso i livelli professionistici. La domanda sorge spontanea: dove si inceppa questo meccanismo?

Per approfondire la questione, abbiamo raccolto il parere di Luca Tardivo, figura con radici a Foggia, ex calciatore dilettante e oggi direttore di un’agenzia di scouting con qualifica UEFA B. Tardivo vanta esperienze pregresse con società quali Chievo Verona e Spal, collaborando attivamente con settori giovanili di Serie A e B, oltre che con club di Serie C e D. Negli ultimi quattro anni, le sue segnalazioni hanno facilitato il passaggio di numerosi giocatori dai campionati regionali alla Lega Pro, con alcuni che hanno persino raggiunto la Nazionale Under 21. Tardivo è un osservatore attento, profondamente legato alla realtà dei campi di periferia.

Il talento nel dilettantismo

«Nel calcio dilettantistico si trovano molti ragazzi di valore, ma scovarli rappresenta la vera sfida», afferma Tardivo. «Vedere giovani passare dall’Eccellenza alla Lega Pro è fonte di immensa soddisfazione. Il mio percorso da scout è nato proprio da questa osservazione: da giocatore, notavo giovani di grande potenziale che non riuscivano a fare il salto di categoria, e non ne comprendevo il motivo. Oggi, riconosco l’importanza fondamentale dello scouting, anche a livello dilettantistico. Non è necessario istituire un reparto nazionale, ma almeno a livello territoriale si dovrebbe investire maggiormente».

Un esempio tangibile? «Le rappresentative LND (Lega Nazionale Dilettanti) sono un chiaro indicatore. Ogni anno, circa un terzo dei giocatori convocati trova spazio in club professionistici. Questo dato conferma la presenza di talento. Se supportassimo i giovani più meritevoli nell’accesso ai club della loro area geografica, si innesterebbe una filiera virtuosa, capace di alimentare anche le squadre di vertice».

Poche società puntano sui giovani

La difficoltà nel far emergere i giovani non deriva esclusivamente dalla carenza di scouting o dalla fuga di talenti, ma anche dalla scarsa progettualità di molte società dilettantistiche. In Serie D e nelle categorie inferiori, sono poche le realtà che investono concretamente nella crescita dei propri atleti. La maggior parte predilige profili già affermati, ritenuti più sicuri e pronti all’uso. Ma cosa significa realmente essere un giocatore «formato»? Spesso, la valutazione si limita a un curriculum limitato, a una statistica o alla raccomandazione di conoscenti. Manca un’analisi approfondita, uno studio tecnico e umano, spingendo molti a evitare l’incognita rappresentata dai giovani. Il calcio dilettantistico è spesso considerato un passatempo, più che una missione professionale, da dirigenti e allenatori. La ricerca, la formazione e la valorizzazione di un giovane richiedono tempo, competenze e una visione a lungo termine, elementi che pochi possiedono o desiderano mettere in campo. Di conseguenza, nella scelta di un giovane da inserire in squadra, prevale un approccio difensivo: si tende a puntare su ruoli considerati meno esposti, come esterni bassi, esterni alti o portieri, anziché integrarlo al centro di un progetto tecnico. Nonostante la Serie D imponga una quota obbligatoria del 30% di minutaggio per gli under, questa regola non sempre riceve l’attenzione che meriterebbe. Finché le società si concentreranno sulla minimizzazione dei rischi anziché sulla massimizzazione del potenziale, la valorizzazione dei giovani rimarrà un’eccezione piuttosto che la norma.

Assenza di una rete di scouting efficace

La questione non riguarda primariamente gli agenti dei giocatori. Secondo Tardivo, il vero ostacolo è la mancanza di una rete di scouting strutturata e competente. «Il calcio dilettantistico», spiega, «è popolato da ragazzi dotati di qualità autentiche, ma privi di visibilità. Senza un procuratore o qualcuno che li rappresenti, rimangono nell’ombra, anche se possiedono il potenziale per un salto di qualità». È qui che emerge il ruolo cruciale, sebbene spesso sottovalutato, dello scout, figura in grado di incidere significativamente sul futuro di un giovane atleta. L’attività dello scout va oltre la semplice osservazione di una partita: implica un’analisi approfondita dei comportamenti, dell’atteggiamento mentale, dell’adattabilità tattica, della crescita fisica e del potenziale di miglioramento. «Uno scout capace», sottolinea, «sa riconoscere il talento prima che diventi evidente a tutti. Va oltre i numeri e la categoria di appartenenza. Comprende se un ragazzo è pronto per il salto di qualità, anche se attualmente milita in Promozione». In assenza di un’osservazione capillare, le carriere dei giovani talenti rischiano di interrompersi prematuramente, e il calcio italiano perde una risorsa preziosa: il talento nascosto nelle periferie del paese.

Necessaria una trasformazione culturale nei club

Cosa occorrerebbe per trasformare la Serie D in un vero vivaio di talenti? Tardivo è convinto: «È necessario affidarsi a un’area scouting dedicata. La maggior parte dei direttori sportivi nel dilettantismo svolge altre attività professionali e non può dedicarsi completamente alla squadra. Uno scout, invece, ha la possibilità di osservare, valutare, analizzare dati e caratteristiche tecniche, fisiche e psicologiche. Può realmente contribuire a scelte più informate e alla costruzione di un progetto a lungo termine».

La soluzione, dunque, non risiede nei regolamenti. «La norma sugli under, se utilizzata correttamente, potrebbe essere efficace. Tuttavia, è indispensabile una cultura calcistica adeguata, professionalità e la capacità di interpretare le qualità dei giocatori. Non è sufficiente affermare che un atleta provenga da un settore giovanile professionistico per considerarlo pronto. La differenza tra i campionati giovanili e le competizioni senior è notevole. È fondamentale saper identificare chi è pronto per il salto e chi necessita di ulteriore crescita. Solo così la Serie D potrà recuperare la sua vocazione originaria: essere una fucina di talenti, non un mero punto di sosta per aspirazioni effimere».

Un’opportunità mancata

La Serie D, con la sua storia, la sua passione e il suo potenziale, rischia di trasformarsi sempre più in un campionato per giocatori «esperti» o «in fase calante», perdendo la sua funzione di rampa di lancio per i giovani. La causa non è la mancanza di qualità, bensì un sistema che non osserva, non ascolta e non investe. Tuttavia, come evidenzia Luca Tardivo, il cambiamento può iniziare anche da chi, sui campi di provincia, è ancora in grado di riconoscere un talento e sceglie di credere nel suo potenziale.

Seguici su Google

Aggiungi SerieD.it alle tue fonti preferite: troverai le notizie su tutti e nove i gironi in cima ai risultati di ricerca.

★ Aggiungici
Commenta l'articolo Commenta l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News precedente
Pistoiese-Solbiatese: dove seguire la gara d'esordio

Coppa Italia Serie D: Pistoiese sfida Scandicci al debutto

News successiva
Matteo Sementa, trequartista classe 2003, è svincolato

Matteo Sementa, trequartista classe 2003, è svincolato